Dal 2 agosto è in vigore la trasparenza dell'AI Act. Occupandomi di web content sono andata ad approfondire la normativa in modo da poter agire e informare correttamente sulla pubblicazione dei contenuti online.
Se hai un sito web, probabilmente nelle ultime settimane ti è capitato di leggere che da ora in avanti le immagini realizzate con l'intelligenza artificiale vanno dichiarate esplicitamente, altrimenti si rischiano sanzioni salate come il mare. Ti sarà preso un piccolo colpo, pensando a tutte le immagini per il blog che hai generato con l'AI. Facciamo un respiro prima di andare nel panico. Mi sa di una di quelle notizie vere a metà ma che nel passaparola diventano un incubo. Vediamo cosa dice la normativa nello specifico e, soprattutto, verso chi è veramente indirizzata.
Cos’è cambiato il 2 agosto
Dal 2 agosto 2026 è entrata in vigore la parte dell'AI Act europeo, il Regolamento UE 2024/1689, dedicata alla trasparenza (si tratta dell'articolo 50). L'idea di fondo è semplice e personalmente la trovo anche corretta: le persone hanno diritto di sapere quando un contenuto è stato creato o manipolato da una macchina, soprattutto quando potrebbero essere ingannati da ciò che vedono.
Il punto critico è che la notizia è stata raccontata quasi ovunque in modo perentorio: "usi l'AI, metti il bollino, punto". Invece, non è proprio così.

Il malinteso da smontare: “Usi l’AI = bollino obbligatorio”
L'articolo 50 non dice esattamente così. Non dice, infatti, che ogni volta che tocchi un generatore di immagini devi applicare un'etichetta. La legge è piuttosto specifica: colpisce i casi in cui il rischio di inganno è concreto.
In pratica, l'obbligo di dichiarazione visibile scatta soprattutto in queste due situazioni. La prima riguarda i deepfake, ossia le immagini, gli audio o i video che rappresentano persone o eventi in modo così realistico da farti perdere la percezione che si tratti di un falso. La seconda riguarda invece i testi generati dall'AI e pubblicati per informare su temi di interesse collettivo. Pensa, ad esempio, a un articolo di attualità sfornato dall'AI e spacciato per giornalismo alla mano.
C'è anche un'eccezione di buon senso per le opere artistiche, satiriche o di fantasia: lì basta una dichiarazione fatta in modo che non rovini la fruizione dell'opera.
Quindi cosa facciamo con le mie immagini sul blog?
In questo caso la legge lavora su due livelli. Il primo livello è tecnico e riguarda chi costruisce lo strumento AI (il "fornitore": Midjourney, OpenAI, Google e compagnia bella): sono loro a dover marcare gli output in un formato leggibile dalle macchine, così che i contenuti siano rilevabili come artificiali. Questo, per fortuna non è compito di noi blogger.
Il secondo livello riguarda chi usa l'AI e pubblica (tu, io, le aziende): l'obbligo di dichiarazione scatta nei casi che dicevamo, deepfake e testi di interesse pubblico. La tua immagine decorativa che illustra un articolo sul lievito madre, se non inganna nessuno e non è un deepfake, di norma non fa scattare automaticamente l'obbligo di porre un'etichetta visibile.
In breve, per la maggior parte dei siti vetrina, blog e e-commerce di piccole e medie imprese, l'apocalisse annunciata non c'è.
Ma esiste una macchina che vede se un contenuto è stato generato con l’AI?
Questa è la domanda che si fanno tutti, c'è un po' di mito intorno alla faccenda. La realtà è che dipende se parliamo di immagini o di testo.
Per le immagini qualche strumento c'è. Quel timbro invisibile di cui parlavamo qui sopra si può leggere: esiste un sito ufficiale, Content Credentials (contentcredentials.org/verify), dove è sufficiente trascinare la foto per sapere se è ai, con quale software è stata realizzata e se è stata modificata. Google sta portando lo stesso controllo dentro Search e Chrome, quindi presto lo vedremo direttamente nel browser.
Ma quel timbro salta con uno screenshot, con la compressione, con il caricamento sui social, e diversi generatori non lo inseriscono nemmeno. Quindi se c'è, hai una quasi-certezza; se non c'è, sei punto e a capo: non significa che l'immagine sia autentica ma solo che non lo puoi sapere.
Per i testi, invece, la faccenda crolla. Un testo, lo sappiamo, è composto di parole: non ha un cassetto in cui nascondere un timbro affidabile. Basta cambiare due parole o riscrivere una frase e qualsiasi marchio sparisce. I rilevatori che promettono "questo testo è AI al 90%" non leggono alcuna etichetta: fanno una stima in base allo stile. Purtroppo sbagliano spesso, bocciando testi scritti da esseri umani e promuovendo testi AI. Quindi la macchina che vede con certezza se un testo è fatto con l'AI, semplicemente, non esiste.
Ecco perché la legge, sui testi, non chiede un timbro tecnico ma la tua onestà: dichiarare "questo l'ho scritto con l'aiuto dell'AI" è l'unico sistema che funziona davvero. Con le immagini ci si può appoggiare alla tecnologia; con le parole si può contare solo sulla trasparenza di chi scrive.

Perché conviene comunque dichiararlo (anche se non sempre si è obbligati)
Abbiamo appurato che non siamo sempre obbligati e quindi non siamo a rischio di una valanga di multe in ogni situazione in cui usiamo un contenuto ai non dichiarato. Questo però non significa che convenga fare finta di niente. Dichiarare che un'immagine è stata generata con l'AI è, semplicemente la mossa migliore: aumenta la fiducia di chi ti legge, ti fa apparire un professionista trasparente e ti protegge da un rischio molto concreto, le segnalazioni per concorrenza sleale. Un evento questo già visto con il GDPR: non è l'Europa a multarti ma viene segnalato dal tuo concorrente. Meglio quindi non offrire il fianco.
Nel panorama italiano c’è un approfondimento ulteriore
Accanto l'AI Act è europeo, l'Italia ha aggiunto la sua parte ed è meglio conoscerla. La Legge 23 settembre 2025, n. 132 completa il quadro nazionale, da applicare in coerenza con l'AI Act. Soprattutto, dal 10 ottobre 2025 è in vigore il nuovo articolo 612-quater del codice penale, che punisce la diffusione illecita di contenuti generati o manipolati con l'AI. La conseguenza importante: un deepfake che danneggia qualcuno resta un reato anche se lo dichiari come artificiale. L'etichetta quindi non è un lasciapassare del tipo: "ora che l'ho messa sono a posto e faccio ciò che mi pare". A vigilare, per l'Italia, ci sono AgID e ACN.
Detto questo, possiamo rassicurarci del fatto che le sanzioni da milioni di euro sono pensate per i grandi operatori, non per il sito vetrina dell'artigiano o per un piccolo blog.
Cosa fare in pratica
Per essere in regola e, soprattutto, lavorare in modo trasparente, ecco quello che possiamo considerare essere il minimo indispensabile.
Si può creare una sorta di inventario: scorri il tuo sito e segna quali sono le immagini generate dall'AI e i testi scritti (o riscritti) con l'AI. Sulle immagini particolarmente realistiche o che è meglio aggiungere la provenienza, scrivi una didascalia o un piccolo badge visibile che cita "Immagine generata con AI". Cerca di conservare i metadati che marcano il file come artificiale (esistono standard come C2PA e IPTC).
Su quest'ultimo punto può esistere una falla, perché molti plugin di compressione delle immagini, quelli che usiamo tutti per velocizzare il sito, cancellano i metadati. Una valida alternativa è quella di aggiungere una riga nella pagina della privacy policy che spiega come e se viene usata l'AI all'interno del sito. Se sul sito è inoltre presente un chatbot, assicurati che dichiari di essere un'AptI e non una persona.
Piccola nota: la Commissione europea ha anche pubblicato delle icone ufficiali per etichettare i contenuti AI, così non bisogna inventarsi la grafica.
Nota: questo è un articolo informativo che non sostituisce una consulenza legale, mi occupo di siti web e contenuti online ma non sono un avvocato. Per i casi specifici del tuo sito, fai riferimento alle linee guida ufficiali della Commissione europea e al tuo legale di fiducia.
Se tutta questa storia ti ha fatto venire il dubbio "il mio sito, sarà a posto?", posso fare un controllo per te dal punto di vista tecnico, ossia aggiungere le didascalie senza rovinare la grafica. Scrivimi e diamo un'occhiata insieme.
Fonti ufficiali:
Quadro italiano: Legge 23 settembre 2025, n. 132.



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